L’arte rubata dai nazisti, George Grosz e la Ackerstrasse

29 March 2009

mord-in-der-ackerstrasse2A metà gennaio ho partecipato a un congresso internazionale sul tema della “Restituzione”. Una parola che di per sè dice molto poco, però a qualsiasi persona di origine ebrea evoca una ferita ancora fresca. Il grande tema della “Restitution” ha a che vedere con l’arte sottratta dai nazisti negli anni 30 e 40, in parte distrutta e in parte messa sui mercati internazionali passando per Amsterdam.
Il risultato dell’opera di confisca di Hitler e compagni nell’attualità è che nei musei di tutto il mondo, dopo il passaggio per le mani di infiniti proprietari, sono arrivate opere d’arte rubate, messe sul mercato grigio dell’arte con prezzi ridicoli in confronto al loro valore e ora esposti con orgoglio.
Nel 1998 a Washington 44 paesi firmarono un accordo su una serie di direttive su come trattare le opere che uscirono dalla Germania in quegli anni. Di fatto le istituzioni pubbliche e alcuni collezionisti privati si impegnavano a verificare l’origine dei quadri delle proprie collezioni. Il tutto era stato facilitato anche dalla caduta del muro e dall’apertura degli archivi dell’ex URSS.
Dieci anni più tardi però, l’esperienza di Washington non ha dato i frutti sperati.
Nel congresso che si è tenuto nella Staatsbibliothek di Berlino sono intervenute famiglie alle prese con la battaglia legale della restituzione, avvocati, accademici e esponenti della comunità ebraica che partecipano a vario titolo in questo dibattito.
Quello che è emerso è che dei punti pattuiti a Washington molti paesi se ne infischiano. Salvo la Germania e gli Stati Uniti dove, senza esagerare, qualcosa si è comunque mosso, tutti gli altri paesi coinvolti non hanno mai preso sul serio gli accordi. In particolare Ungheria e Polonia sono stati segnalati come colpevoli di evitare di affrontare la questione.
Pochi mesi prima, una mostra che affrontava questo tema aveva riaperto il dibattito in Germania. Si chiamava Raub und Restitution (Saccheggio e restituzione), era stata allestita nel museo ebraico, e, a dirla tutta, era un po’ troppo didascalica, come la maggior parte delle mostre che si fanno in questa prestigiosa istituzione.
Ciononostante, il dibattito aveva tirato fuori alcuni nodi interessanti della questione.
In particolare, si era parlato dell’opera Berlino, scena di strada (1914) di Ludwig Kirchner, che fu restituita al suo proprietario originale nel 2006, e subito rivenduta l’anno successivo per 38,1 milioni di dollari.
Ovviamente, il caso dell’opera di Kirchner ha aperto un vaso di Pandora, e molti esperti hanno manifestato scetticismo di fronte all’impossibilità di verificare la maggior parte dei reclami e la “buona fede” dell’antenato che li effettua. Senza contare che tutta questa storia della “restituzione” ha fatto nascere una serie di fondazioni che fanno ricerche sull’origine delle opere, prendono contatti con le istituzioni che li possiedono e le mettono in contatto con le famiglie. Tutto questo sotto commissione. Secondo alcuni, semplicemente, speculano sul dramma.
Racconto queste cose per arrivare a un caso della settimana scorsa.
George Grosz, grande pittore berlinese scomparso nella sua città natale nel 1959, pur non essendo ebreo, fu costretto a scappare durante il nazismo. La sua pittura spigolosa, i suoi personaggi urbani, criminali, prostitute, assassini, soldati feriti, e la sua forte componente di critica sociale verso i ceti abbienti, gli uomini d’affari, e i grassi arricchiti, era ovviamente considerata “pittura degenerata”, da bandire ad ogni costo.
Grosz fu quindi costretto a emigrare. Quando il 13 gennaio 1933, il giorno dopo che i nazisti presero il potere, le truppe del governo sfondarono la porta di casa sua, non trovarono nessuno. Grosz e sua mogli erano gia a New York, “credo che non sarei mai uscito da li vivo”, scrisse in seguito.
Prima di andarsene, aveva lasciato gran parte dei suoi quadri in custodia al suo gallerista. Diversamente da Grosz, il gallerista era ebreo, e poco più tardi fu anch’egli costretto ad abbandonare la città in fretta e furia portando con se solo poche opere del pittore.
Nell’ambito della campagna contro la pittura degenerata 285 quadri di Grosz furono sequestrati dai musei, in parte bruciati e in parte rivenduti. Circa 70 opere scomparvero nel nulla.
Lo storico dell’arte Ralph Jentsch, si batte per la restituzione delle opere di Grosz, considera che sarebbe una rivincita contro l’ingiustizia subita, che condannò il pittore “alla miseria”, secondo quanto ha dichiarato a Der Spiegel la scorsa settimana.
Quando Grosz seppe che i nazisti avevano bruciato parte della sua opera, “ci fu un collasso”, secondo quanto scrisse in seguito sua moglie, “iniziò a soffrire di ansia e di incubi”, e a, “bere senza moderazione”. Una mattina di luglio nel 1959, appena fatto ritorno a Berlino, fu trovato incosciente sulle scale di un palazzo. Morì poco dopo.
Jentsch ha passato 20 anni della sua vita a mettere insieme un catalogo delle opere dell’artista. Grosz era stato un pittore prolifico, e ha lasciato circa 450 quadri e 15.000 lavori su carta. Le sue opere appartenenti agli anni berlinesi valgono ora milioni di euro, e sono appesi sulel pareti di importanti istituzioni a Londra, New York, Tokyo e Vienna. Lo storico dell’arte ha enumerato anche all’incirca 15.000 foto. Secondo lui, “almeno queste andrebbero restituite subito alla famiglia”.
Solo un esempio. Nel 1952, Grosz scoprì uno dei suoi quadri, “Il poeta Max-Hermann Neisse”, al Museum of Modern Art (MoMa). L’istituzione presentava con orgoglio l’opera come una nuova acquisizione. Grosz denunciò il fatto in una lettera a suo cognato a Berlino: “Il Modern Museum espone un quadro che mi è stato rubato, sono impotente, non posso fare niente. Lo hanno comprato da qualcuno che me lo ha rubato”.
David Rowland, avvocato specializzato in restituzioni che seguì con esito il caso di Kirchner, propose al MoMa di dichiarare per un tempo di tre anni una proprietà condivisa con gli eredi di Grosz dell’opera in questione. L’istituzione respinse la richiesta.
Lo stesso copione si è ripetuto con la Kunsthalle di Brema e altre istituzioni pubbliche.
I collezionisti privati, in qualche occasioni sono stati più comprensivi. Il quadro Idee del Tempo fu restituito da un collezionista americano. Mentre una famigli tedesca-statunitense ha restituito la Natura morta con pipa.
Ora gli eredi, Marty, di 78 anni, che vive a Filadelfia e sua cognata Lillian, che vive a Princeton, inisieme allo storico dell’arte Jentsch si stanno battendo per far tornare almeno parte del patrimonio rubato. La scorsa settimana hanno annunciato attraverso Jentsch, che la loro intenzione è quella di raccogliere queste opere in un museo interamente dedicato a Grosz a Berlino.
L’immagine che trovate qui in alto è un disegno poco conosciuto di Grosz, si chiama omicidio nell’Ackerstrasse. L’ho messo perché io in questa strada ci vivo, e la mia casa è molto simile a quella rappresentata. Sono molto affezionata a quest’immagine truculenta. Spero un giorno di poter vedere l’originale esposto qui a Berlino. E spero di poterlo tornare a vedere tutte le volte che voglio.

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