Oggi, nel carcere di Tegel, Günter Grass ha letto parte della sua opera per i detenuti.

A incontrarlo per strada, Grass appare anziano e stanco. Ho sempre avuto l’impressione che fosse burbero e insofferente. Non l’avevo mai visto leggere.

L’associazione Helmut Ziegener organizza periodicamente delle attività per i carcerati a Tegel, perchè non perdano il contatto con l’arte e la letteratura durante il periodo di reclusione e con l’idea che uno stimolo intellettuale possa favorire il reinserimento nella società. Le letture vengono fatte nella cappella del carcere, un posto accogliente e luminoso, aldilà di quanto uno possa immaginare.

Grass stava inizialmente seduto quasi rannicchiato sulla prima panca della chiesa di fronte all’altare, mentre si susseguivano tre presentatori che ne tessevano le lodi.

Quando è stato il suo turno è salito sul palco-altare, ha sistemato il microfono, si è tolto a giacca e l’ha appesa a un’urna cineraria (facendo scattare la prima risata), ha spalancato gli occhi e dai baffi ha fatto uscire un sorriso. Si è rivolto al pubblico composto da carcerati, volontari, alcuni invitati e giornalisti, alla rinfusa sulle panche della chiesa, ricordando l’immagine iniziale del romanzo Berlin Alexander Platz di Alfred Döblin, in cui Franz Biberkopf esce giusto dalla cencellata di questo carcere. “A lui dovremmo intitolare questo circolo letterario”, ha detto.

Ha iniziato leggendo un lungo brano tratto da “Sbucciando la Cipolla”, la sua ultima opera autobiografica.

Poi ha preso un libro con i suoi acquarelli. Ha raccontato che spesso quando dipinge si ispira e deve abbandonare l’acquarello per scrivere la piccola poesia o scena che gli è venuta in mente. Da questa abitudine che si è consolidata negli anni è nato un genere che ha definito “Aqvadicht”, in un misto di aquarello e poesia (dicht, in tedesco). Leggeva interpretando le sue parole, inarcando le soppracciglia e spalancando le braccia. Sorrideva ogni volta prima della battuta finale che avrebbe fatto scattare la risata e l’applauso dei carcerati. Si divertiva, o almeno così sembrava.

Al termine della lettura c’è stato un dibattito molto lungo. Un carcerato ha aperto chiedendo “Com’è stata la sua esperienza da prigioniero?”, e Grass ha risposto, raccontando il carcere da prigioniero di guerra. Un altro carcerato ha chiesto, “Come ha vissuto il terzo Reich, la guerra mondiale, la caduta di Hitler, la costruzione del muro e la caduta…fino ad oggi?”, il pubblico è scoppiato a ridere, ma Grass ha risposto ( non a tutto) e aprendo una parentesi per ricordare la sua fondazione in difesa dei rom, il popolo più perseguitato d’Europa.

Qualcun’altro ha chiesto di Danzica, la sua città natale. Altri hanno voluto sapere come scriveva e concepiva le storie. “Per scrivere è necessario fare esperienze nella vita vera”, ha spiegato, “non è sufficente andare all’università di lettere, studiare linguistica e grammatica. La letteratura non viene da sola dalla letteratura. Bisogna vivere”. Qualcuno ha poi chiesto se non avesse mai pensato di ambientare un romanzo nel carcere di Tegel, “uff.. dovrei commettere un crimine allora per provare l’esperienza di stare qua dentro”.

“Scrivere assomiglia a costruire una casa, che realizzi fino al tetto, ma una volta arrivato al tetto le manca ancora qualcosa per essere stabile, potrebbe cadere da un momento all’altro”, ha spiegato. In questa fase subentra anche il ruolo di un lettore esterno, che nel suo caso è la moglie.

Alla fine del dibattito, Grass si è seduto sull’altare e ha firmato gli autografi a chi si metteva in fila. Mentre carcerati, ospiti e secondini si abbuffavano a un banchetto preparato in fondo alla chiesa.

Io mi sono avvicinata per faregli i complimenti per la lettura. Mi ha chiesto di dov’ero e ha detto che sarà a Milano tra pochi giorni. Ho chiesto come vede la situazione in italia e ha risposto “grauenhaft”, raccapricciante. “Amo l’Italia e gli italiani, ma ancora mi chiedo come abbiano potuto eleggerlo due volte”.

I carcerati, la chiesa, Günter Grass, l’altare, il banchetto coi panini, la prigione di Tegel, i secondini. Camminavo verso casa cercando di mettere in ordine le idee: un bel pomeriggio berlinese.