(Visto che d’estate va di moda il riciclo di articoli, e visto che me lo hanno richiesto, vi ripropongo qui sotto l’articolo uscito sull’Internazionale il giorno che sono atterrata a Berlino, per rimanere, il 19 settembre 2008)

L’ho pensato per la prima volta quella notte in cui il Senato si é trasformato in un circo. Seguivo in video il voto di fiducia al governo Prodi per scrivere l’articolo che sarebbe uscito la mattina dopo.

Mi chiedevo se fosse meglio scrivere un testo freddo, tipo agenzia, o trattenermi nei dettagli dello svenimento dell’onorevole Nuccio Cusumano, di Clemente Mastella che leggeva una poesia invece di fornire spiegazioni e di quel poco conosciuto Nino Strano che mangiava la mortadella. Ho sentito una reazione fisica, un nodo allo stomaco, e un senso di inadeguatezza che mi ha fatto pensare: “Me ne vado dall’Italia”. Non lo credevo veramente. Da piú di due anni ormai lavoravo come corrispondente free-lance dall’Italia per il quotidiano spagnolo El Pais. Un lavoro che mi piaceva moltissimo, mi dava enormi soddisfazioni e abbastanza soldi per vivere dignitosamente. Tre fattori che sono un lusso in Italia per una donna di 25 anni.

A marzo, in vista di nuove elezioni e un nuovo Berlusconi, non ero l’unica tra gli amici a dire: “Se vince di nuovo, me ne vado”. Non era nemmeno per Berlusconi. Era sfiducia di fronte al mio paese che si rifiutava di crescere e riproponeva costantemente il proprio passato. Mentre i suoi cittadini hanno bisogno di futuro. Il mio collega di Miguél Mora era stato trasferito da Lisbona a Roma. Era arrivato da poco quando si trattò di organizzare la copertura della campagna elettorale. Da Milano, mi trasferii a Roma per definire con lui la strategia. Lui era un’esplosione di energia, aveva mille idee al minuto su cose di cui parlare, interviste da fare, persone da incontrare… Trasformammo la sua casa in una redazione e da lì ci sforzammo di mettere a fuoco i temi che ritenevamo importanti e che la campagna elettorale trascurava.

Miguél scriveva a 100 all’ora, fumava una sigaretta dietro l’altra, il suo testo era sempre il doppio del necessario, lo tagliava, scriveva, cancellava, riscriveva. Si fermava solo per soffiare la cenere dalla tastiera. Io, al contrario, funzionavo per inerzia. Non smettevo di chiedermi “perché?”, mentre il trucco è esattamente non farlo. Bisogna scrivere di ciò che si vede, delle persone con cui si parla, dei dati, dei fatti. Arrovellarsi e cercare di capire è da vecchi. Ogni tanto Miguél si girava, guardava il mio documento di word mezzo bianco e mi diceva: “Scrivi, Laura!”. Intanto ascoltavamo Berlusconi alla televisione che si riferiva alle donne del Pdl, “molto più belle di quelle del Pd, e superlaureate”. Decidemmo di scrivere un articolo sul fatto che la campagna elettorale aveva assunto toni maschilisti. Non immaginavo di trovarmi di fronte a certi numeri.

In Italia, una donna su tre, tra i 16 e i 70 anni, denuncia di avere subito violenza tra le mura domestiche. In casa, e non nel campo rom. In casa, e non per strada per mano di un immigrato. Nella sua casa e per opera di suo marito italiano. Nonostante ciò, nella campagna elettorale il tema violenza di genere non è mai stato sfiorato. Parlai al telefono, tra le altre, con Flavia Perina, direttrice del Secolo d’Italia, una donna di destra, che condivideva la nostra preoccupazione e mi segnalava, giustamente, che anche nel Pd si sottovalutava il tema. Si è parlato di violenze e quando un immigrato violenta una donna non esitiamo a condannarlo. Ma tacitamente acconsentiamo (perché non ci opponiamo e perché i partiti non lo considerano tra le priorità) che gli uomini italiani usino violenza sulle loro donne, dentro le proprie case. Quasi come dire, “le nostre donne possiamo maltrattarle solo noi”. Non è forse un’emergenza molto più grande di quella falsa dei rom? Mi chiedevo.

E intanto i giornali si limitavano a far eco alle parole di Gianni Alemanno che dal palco di fronte all’arco Traiano, per la chiusura della campagna di Silvio Berlusconi gridava: “Ripuliremo Roma da tutti gli immigrati!”, e Miguél con il blocchetto degli appunti in mano mi guardò sgranando gli occhi e mi chiese :“¿Yo también?”. No, tu no Miguél, solo i poveri, i “clandestini”. Lo ripetevo anche a lui, in quei giorni frenetici, “se vince Berlusconi me ne vado”, scherzavo. Lui rideva. Superate le elezioni, ancora testardamente cercavo di capire.

Mi sentivo a disagio, di fronte alla tv e ai giornali che iniziavano dicendo, “un rom ha aggredito…”, o, “un immigrato clandestino ha ucciso…”. Ma non sono persone, prima di essere rom o clandestini? Con che diritto i giornalisti li citano e quindi giudicano prima per la provenienza, come se il crimine fosse qualcosa scritto nel loro codice genetico? Mi chiedevo. Mi sentivo a disagio, al supermercato, nel tram. In palestra, una mattina una ragazza della mia età, correndo su tapis roulant, diceva all’istruttore: “Io i rom li ucciderei tutti, perchè ho paura quando torno a casa dal lavoro, in corso Genova”. In corso Genova, nel centro di Milano? Paura? Dei rom? Non capivo. Ne ho parlato per un articolo con Gad Lerner, che mi ha dato una chiave di lettura diversa per questi fatti di intolleranza : “È il senso di inadeguatezza delle persone poco istruite di fronte alla globalizzazione”, mi ha spiegato. Il mio paese purtroppo si è ritrovato e riunito intorno a questo senso di inadeguatezza.

Ho scritto un ennesimo articolo sui diritti calpestati dei gay (ma anche delle copie di fatto in generale), e ho parlato della mia idea di andarmene con due giovani colleghi, Gustav Hofer e Cesare Ragazzi, autori del documentario “Improvvisamente, l’inverno scorso”, sull’escalation dei mezzi d’informazione contro la timida proposta di legge sulle coppie di fatto (ancora nel Governo Prodi). Anche loro, come me, hanno pensato di lasciare Roma e andare in un paese che riconosce i loro diritti di coppia omosessuale.

Non me ne vado per fare un’esperienza, me ne vado per costruire il mio futuro da un’altra parte perché quello che mi si prospetta in Italia mi fa paura. Qui a Berlino divido uno studio in un edificio ani ’20 che si affaccia su Rosa Luxemburg Platz con Sergio Correa, corrispondente di BBC Mundo, un giornalista scappato dal Cile di Pinochet. Anche se non mi sono ancora trasferita del tutto (per esempio non sono ancora riuscita a recidere il mio contratto con la Telecom), mi sento più leggera e la mia testa si occupa di altre cose. Inizio tutto da zero. Mi sono liberata di tutti i “perché?” che mi impedivano di guardare. Scrivo di quello che vedo e chiedo ai miei intervistati di ripetere tre volte la frase più lentamente, perché il tedesco non lo parlo ancora bene. Sto anche pensando che forse mi piacerebbe avere un bambino, in Italia non avrei potuto permettermelo.