A 19 anni, immediatamente dopo la maturità, Petra Reski, tedesca della Ruhr, intraprese un lungo viaggio in Renault 4 fino a Corleone. Voleva conoscere i luoghi di Cosa Nostra. “Fu un gesto molto ingenuo e naïf”, commenta ora. Finita l’università tornò in Sicilia, questa volta con uno scopo molto preciso: raccontare la mafia ai tedeschi, indagare e spiegare “quell’ambiguità tra bene e male così difficile da capire fuori dai territori della criminalità organizzata italiana”. Per anni, accanto alla fotografa Shobha, ha realizzato reportage per Die Zeit e altre riviste tedesche.
Pubblicato in ottobre in Germania, il suo libro, Mafia. Von Paten, Pizzerien und falschen Priestern,(Mafia. Di Padrini, Pizzerie e falsi preti), sulla mafia e i suoi investimenti in Germania, è andato subito esaurito ed è ora in ristampa, ma con una novità: interi paragrafi anneriti dalle censura. Secondo la legge tedesca infatti, se l’autore di un libro viene querelato, le parti controverse devono rimanere inedite fino alla fine del processo. Nonostante i nomi incriminati compaiano nelle inchieste giudiziarie.
Quest’intervista è stata realizzata prima della “censura”, e pertanto non affronta il problema. Però la presentazione in Italia del libro, e il polverone che ha fatto seguito alla seconda edizione del libro di Reski, le sono costati, secondo un copione gia visto, numerose minacce. Nelle letture pubbliche in Italia, la scrittrice è stata accusata di essere “mafiosa” e disonesta.
Quando il 15 agosto del 2007 si consumò a Duisburg, di fronte alla pizzeria Da Bruno, quella che è gia nota come la “Strage di Ferragosto”, un regolamento di conti della ‘ndrangheta che lasciò a terra 6 cadaveri, i tedeschi rimasero scioccati. “Si era gia parlato in Germania di riciclaggio di denaro sporco, in particolare da parte della Camorra e della ‘ndrangheta, però il riciclaggio è una cosa molto astratta e difficile da capire. Spesso per un tedesco può anche essere difficile capire se davvero c’è qualcosa di moralmente sbagliato in questo”, spiega.
Così come successe in Spagna, dove numerosi latitanti si nascosero negli anni ’80 e continuano tutt’ora a nascondersi, anche in Germania i mafiosi si rifugiano, “consapevoli del fatto che lo stato di diritto tedesco, molto liberale, non è preparato alla realtà della criminalità organizzata italiana come si presenta oggi”, dice Reski. I mafiosi che arrivano in Germania con liquidità da investire stanno attenti a non dare nell’occhio, “no passano nemmeno per sbaglio con il semaforo rosso”, e nella maggior parte dei casi riescono a vivere tranquilli.
In Germania non esiste, come anche nel resto d’Europa fuori dall’Italia, il reato di “associazione mafiosa”, solo esiste il reato di “associazione a delinquere”, ma il massimo della pena in questo caso è di cinque anni. Le persone non possono essere intercettate in luoghi pubblici, “e anche se la polizia lo fa, non può usarla come prova in Tribunale”, spiega Reski. Le condanne in assenza, inoltre, non vengono riconosciute: non è sufficiente sapere che una persona appartiene a un clan della Camorra per poterla arrestare, deve aver commesso un reato in Germania. “Per queste ed altre ragioni, ai mafiosi conviene recarsi in Germania”, conclude.
Dopo la caduta del muro, in particolare la ‘ndrangheta ha investito nella Germania dell’Est, “a Erfurt, Lipsia e sulla costa del Mar Baltico, in installazioni turistiche”, spiega. Anche le zone del Baden-Wuttenberg e Renania-Westfalia, sono particolarmente infettate dagli investimenti della mafia, e naturalmente le grandi città come Berlino e Monaco.
“A differenza dell’Italia, in Germania quando una persona deve fare un investimento non deve per forza dimostrare che il denaro ha origini pulite. Succede piuttosto il contrario: è la polizia che deve dimostrare, se ha un sospetto, che questi soldi provengono da attività illecite, e questo è ovviamente molto più difficile”, dice. Questo problema è ancora più attuale in un momento di crisi, in cui mancano liquidità, “loro sono gli unici che possiedono tanto denaro liquido e arrivano ad investire in maniera significativa nella borsa di Francoforte”, spiega.
“Da osservatrice di questo fenomeno, e non da inquirente mi sento di dire che sarebbe utile introdurre il reato di associazione mafiosa a livello europeo”, spiega Reski. Se i mafiosi sono considerati “nemici dello stato”, allora sono anche nemici dell’Europa, e pertanto vanno perseguiti come tali, “sono assolutamente contraria ad essere troppo garantista nei confronti di questi criminali”.
Reski ricorda ora con un poco di nostalgia quella primavera dell’89, “il muro di Berlino stava per cadere e c’era una grande euforia, tutto sembrava possibile, anche fuori dalla Germania. In Italia”, ricorda, “sembrava possibile sconfiggere la mafia”. Erano gli anni di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, e Reski decise di tornare in Sicilia per essere testimone di questo momento. A Palermo conobbe Letizia Battaglia e iniziò a lavorare con sua figlia Shobha, a cui è dedicato il libro pubblicato in ottobre. “Fuori dall’Italia si tende a vedere la mafia come un male esterno, che si può estirpare”, spiega, “non si capisce che è un fenomeno in cui tutta la società è coinvolta a partire dai politici, gli imprenditori, la Chiesa. Questo volevo spiegare al mio paese”.
Per farlo ha incontrato numerosi camorristi, mafiosi e collaboratori di giustizia. Ricorda di essere stata molto colpita in particolare da Marcello Fava, “avevo gia letto molte cose però lui mi spiegò come ammazzare, per un mafioso, non è altro che un lavoro e quindi che prima fanno il segno della croce e poi vanno al ristorante per dimenticare”. Era importante, nel suo lavoro, imparare a capire “quell’ambiguitá tra bene e male”, e il significato di appartenere a un popolo parallelo che ha altre regole e a cui non importa l’opinione esterna.
Ora Reski vive a Venezia, con suo marito italiano, anche se torna spesso in Germania, soprattutto per parlare del suo libro. Martedì 4 Novembre leggerà a Napoli un capitolo tratto dal suo libro in cui racconta dell’incontro con un camorrista di Ponticelli. Tutta la sua esperienza è un esempio vivente della sua tesi, che è anche quella sostenuta da Roberto Saviano in molte occasioni, “la mafia non è più spiegabile solo come fenomeno italiano”. Lo dimostra anche l’esito del suo libro, tradotto in inglese, spagnolo e olandese.